Musei e diplomazia culturale.
di Massimo Negri
Dice Kyriaky Oudatzi della Aristotle University of Thessaloniki “Siamo tutti ambasciatori”, e, in effetti, ciascuno di noi entrando in relazione con altre culture (non necessariamente a livello statuale) svolge una funzione di comunicazione e anche di influenza sugli interlocutori , siamo quindi al livello più immediato e ricco del rapporto umano, tra modi di vedere, esperienze, speranze. Le collezioni (l’anima del museo) costituite da oggetti, un patrimonio “materiale” per eccellenza storicamente connessi a specifici territori possono sembrare relativamente poco utili alla attivazione di questi processi. Ciò dipende in larga parte dalla interpretazione e dall’impiego che si fa delle collezioni nel rapporto tra culture. E’ qualcosa di complicato, ma allo stesso tempo potenzialmente molto efficace, essendo gli oggetti vocaboli di un linguaggio divenuto di massa nella società contemporanea, ovvero quello della esposizione, fisica o virtuale che sia.
Walter Benjamin usa il termine “costellazione” per indicare il processo di portare ad accumulo eventi storici e narrazioni di provenienza diversa rompendo le barriere disciplinari, le categorie consolidate e i “media”, stabilendo nuove connessioni tra l ‘ora e l’allora.
La diplomazia culturale in un certo senso è sempre esistita nel consesso umano da quando i viaggiatori hanno portato con sé modi specifici di parlare, di comportarsi, di vedere il mondo di interagire con il prossimo- vale a dire “cultura” in senso antropologico più che nozionistico- essendone stati gli strumenti di trasmissione. Ogni essere umano che rappresenti più o meno ufficialmente una comunità o una organizzazione può quindi essere considerato un potenziale “diplomatico culturale”. Molte relazioni tra Stati sono state agevolate dallo scambio culturale in senso stretto, ad esempio dallo scambio di opere d’arte letterarie , musicali, cinematografiche o visive.
Un esempio per tutti: quando Mussolini sostenne con forza l’idea di una grande mostra dell’arte italiana alla Royal Academy, senza neppure chiedere il parere dei conservatori e direttori dei tanti musei coinvolti con prestiti di straordinaria importanza e in alcuni casi mai più ripetutisi , non fece solamente un atto d’imperio, ma una importante operazione politico-culturale nella sede espositiva più prestigiosa del paese che sarebbe più tardi divenuto il suo più acerrimo nemico. Furono esposti tra gli altri: “ La Nascita di Venere” di Botticelli, “Il Duca e la Duchessa di Urbino” di Piero della Francesca, il bronzo del David di Donatello dal Bargello di Firenze, “La Tempesta” di Giorgione, “Il Ritratto di Dama” di Piero del Pollaiolo, il “ Ritratto di Doge” del Tiepolo, il Dittico di Montefeltro di Piero della Francesca, e così via fino a raggiungere il numero di circa seicento opere di primaria grandezza. In poco più di due mesi 540.000 persone visitarono la mostra, intitolata “Italian Art 1200-1900”, decretandone il grande successo. Il Corriere della Sera scrisse: “Questi capolavori sono altrettanti ambasciatori che parlano la lingua universale dell’arte….” Una formulazione molto pertinente sul ruolo delle opere d’arte e delle mostre nelle relazioni diplomatiche tra stati.
La International Exhibition of Cinese Art allestita nella stessa sede nel 1935-36 rivestì in doppio ruolo politico. A livello internazionale innanzitutto come una sorta di strumento di “reazione culturale” alla invasione della Manciuria da parte del Giappone. A livello domestico come una occasione di ridefinizione dello status del patrimonio artistico della nuova Cina repubblicana. Fu la più grande esposizione di opere d’arte cinesi fino ad allora organizzata (800 pezzi) , visitata da 400.000 persone, di cui uno su quattro acquistò il catalogo. Una operazione di diplomazia culturale a livello globale , che ebbe tra l’altro l’effetto di determinare un cruciale passaggio, nella percezione pubblica di quei manufatti artistici, dalla nozione di “cineserie” a quella di opere d’arte cinesi. Ebbe grande importanza anche sul piano interno, e la decisione del governo repubblicano di Nanchino di concedere i prestiti (tra l’altro senza copertura assicurativa, considerata superflua dalla parte britannica) fu aspramente dibattuta in patria, tanto che la mostra ebbe una anteprima in patria e un sequel al ritorno in modo che l’opinione pubblica cinese potesse avere contezza dell’importanza di un patrimonio definito “nazionale” e al contempo verificare che nessun oggetto fosse stato danneggiato, o, peggio, alienato durante la permanenza all’estero. Con quella mostra solo una minima, ma simbolicamente importante, componente delle collezioni imperiali diventò finalmente accessibile al pubblico. Le collezioni, infatti, erano dalla fine del Celeste Impero “in un magazzino a Shanghai in 21.000 casse impilate una sopra l’altra”, come ebbe a riferire nel 1934 il Segretario della Royal Academy . Un dettagliato racconto di questa appassionante vicenda è riportato sul numero 30/31 June /September del “China Heritage Quarterly” pubblicato da The Australian National University.
Ma veniamo ai nostri giorni. Con l’emergere negli anni ’90 dello scorso secolo della nozione di “soft power” cioè un potere non coercitivo, ma capace di influenzare “l’altro” in base a un complesso di elementi basati sulla suggestione, convincimento, attrazione, leadership culturale, fascino comportamentale, ecc., il ruolo della diplomazia culturale è diventato ancora più importante.
La recente apertura di una sede del Louvre ad Abu Dhabi è destinata a segnare una svolta come fu per il Guggenheim di Bilbao, anche se in entrambi i casi gli aspetti economici hanno svolto un ruolo forse più importante di quelli politici. Comunque sia, i musei svolgono un ruolo importante nel dispiegarsi della diplomazia culturali o come sede di eventi o come prestatori per mostre o meglio ancora come fonti di informazioni e propulsori di scambi professionali e di programmi formativi che possono incidere in misura profonda sui ricettori e far sì che un determinato paese diventi punto di riferimento per un altro in determinate materie museali, soprattutto relativamente alle tecniche di conservazione e restauro.
C’ è quindi uno specifico ruolo del museo nell’ambito della diplomazia culturale del nostro tempo. Emergono subito due aspetti: la potenza del linguaggio degli oggetti e della comunicazione espositiva, e la componente fortemente politica di tutte le collezioni in relazione al loro processo di formazione spesso scaturito da vicende di politica internazionale, anche molto conflittuali e divisive. La potenza degli oggetti: diceva Paul Cezanne: "Gli oggetti si compenetrano tra di loro, non cessano mai di vivere, si espandono intorno a se stessi con gli sguardi e con le parole….questo pulviscolo di emozioni che avvolge gli oggetti". Il termine pulviscolo ci rimanda sorprendentemente a qualcosa di estremamente attuale, vale a dire il “cloud” dei mondi digitali che permeano le nostre esperienze, anche nel rapporto con gli oggetti, che ormai distinguiamo tra tangibili e, appunto, digitali.
I musei sono immersi in questi processi trasformativi della comunicazione e della percezione e , come tutti noi singoli individui, diventano, volenti o nolenti, globali superando i confini dei territori di origine od appartenenza, fisici e culturali. Inoltre l’esposizione amplia indefinitamente la propria platea proiettandosi sul web non solo e tanto in ragione delle mostre online quanto per l’insieme dei messaggi che il museo inteso come Package of Qualities (definizione dell’indimenticabile Kenneth Hudson) può mettere in rete. E’ una dimensione plurilinguistica in quanto adotta molteplici linguaggi e meta-culturale in quanto travalica tutti i confini geografici, cronologici, di status sociale eccetera, almeno in potenza. Alle tante rivoluzioni che il museo ha vissuto negli ultimi decenni se ne aggiunge quindi un’ulteriore, il museo ambasciatore, il museo persuasore. Il museo politico, più che mai. Ammesso che lo voglia.